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Nel
49 d.C., Giulio Cesare, di ritorno dalla Guerra Gallica,
dichiarato dal Senato "nemico della repubblica" per il
suo rifiuto di licenziare le legioni se Pompeo, suo avversario
politico, non avesse fatto altrettanto, oltrepassò il Rubicone
al grido di "Alea iacta est" ("Il dado è
tratto"), occupò Rimini,
Pesaro, Ancona e Arezzo e marciò verso Corfinium, dove il
generale pompeiano Lucio Domizio Enobarbo stava concentrando le
forze militari sabelliche, come egli stesso racconta nei "Commentarii
de bello civili" ("Domizio, di sua iniziativa, aveva
raccolto circa venti coorti da Alba, dai Marsi, dai Peligni e
dalle regioni circostanti")
Pompeo,
investito dei pieni poteri dal Senato, abbandonò Roma con i
magistrati e buona parte dei senatori e si trasferì prima a Capua
e poi a Luceria (in Apulia).
A Corfinium, Enobarbo, anziché
raggiungere Pompeo, come questi gli aveva ordinato, decise di
sbarrare la strada a Cesare e fece presidiare il ponte sull'Aterno,
presso Popoli.
Cesare
riuscì ad oltrepassare quel ponte e cinse d'assedio Corfinium.
Quindi, informato che Sulmo avrebbe voluto passare dalla sua
parte, ma il pompeiano Attio Peligno glielo impediva, vi mandò un
contingente comandato da Marco Antonio.
E'
ancora Cesare a riferire: "I Sulmonesi, appena videro le
nostre insegne, aprirono le porte e tutti quanti, cittadini e
militari, uscirono incontro ad Antonio rallegrandosi con lui"
(De bello civili).
Quando
Enobarbo si rese conto che non avrebbe potuto resistere
all'assedio e che Pompeo non gli avrebbe mandato aiuti, si preparò
a fuggire di nascosto insieme a pochi fedeli.
I
soldati scoprirono il tradimento e decisero di arrendersi a
Cesare, il quale, magnanimamente,
non saccheggiò Corfinium, né fece giustiziare gli
ufficiali e i nobili pompeiani.
Corfinium
restò Municipium e mantenne la sua importanza fino al
disfacimento dell'Impero Romano (V sec.).
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