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Da
ragazzo vivevo nel vicinato, a “piedi la forma”, un vicinato
a fondo cieco dove vi erano diverse famiglie.
I più vivevano di
vita contadina: il raccolto, le galline,
ma soprattutto
l’allevamento del maiale, rappresentava una risorsa non
indifferente.
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Erano
pochi coloro, che grazie ad un posto fisso, potevano contare su
di uno stipendio sicuro, erano dei privilegiati.
Noi
ragazzi ci riunivamo nel vicinato, molti vestivano con indumenti
rattoppati a più riprese, senza scarpe, con il naso quasi
sempre preda di raffreddore, se ora guardo quel vicinato,
mi
accorgo che non vi abita nessuno.
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La vita si è spenta è solo
un vicolo senz’anima.
Ricordo che vi era la stalla di “Menanze”,
“Greorie”, “Pavelelle”, “Meccalette”, “Laurine la
furnare”, “Uardine”.
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Oltre all’animale da soma, tutti
avevano il maiale.
Passavano
due volte al giorno, mattino e sera, a portare da mangiare.
Tutta roba genuina, derivata dai campi: crusca, orzo, granturco,
ghiande. Vedevo le bestie che crescevano a vista d’occhio.
Ricordo, quando le acquistavano.
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Arrivava “Lu percare” con
ceste piene di maialini.
Il
contadino, si avvicinava e tastava con mani esperte tutte le
bestie presenti, sino a sceglierne una di suo gradimento.
Affare
fatto!!! Bisognava acquistare in tempo per poter portare la
bestia ad un peso redditizio.
Rammento che era una sfida a chi
lo faceva più pesante, perché i chili in più, contavano,
eccome.
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Per favorirne il peso, si chiamava il norcinaio per
castrare il maiale, così, come si fa con i capponi, aumentava
la resa. Intanto i mesi passavano, arrivava l’inverno.
La
neve cadeva puntuale ed il freddo delle gelate era l’ideale
per la
mattanza.
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Erano i giorni “de lu percare”. Ragazzo, ero
incuriosito dalla sua cassetta squadrata in legno.
Lì
riponeva la sua attrezzatura, fatta di coltelli di varie fogge e
dell’uncino, arma letale per il povero maiale.
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All’ora
convenuta, veniva una buona squadra di uomini, dalle braccia
robuste. Bisognava afferrare per bene la bestia e tenerla
immobile, affinché “Lu percare” assestasse il colpo di
grazia con precisione.
Il
maiale intanto dentro la stalla, grugniva nervosamente, forse
capendo che la sua ora era arrivata.
Appena
aperta la stalla, tentava la fuga, ma subito poderose braccia
cominciavano a lottare.
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Pronto “Lu percare”, lo arpionava
trafiggendogli il muso con l’uncino, l’altro lo prendeva
alle zampe.
La presa risolutiva però era quando si afferrava il
codino, alla maniera dei lupi quando accerchiano il cinghiale.
Preso
al codino, il cinghiale cede.
Così il maiale si arrendeva e suo
malgrado, si concedeva
alla mattanza.
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Ricordo, non senza
concedermi un sorriso, amareggiato dagli anni trascorsi, che
tante volte il maiale riusciva a scappare. Non pensavo potesse
correre tanto, tutti gli altri dietro: “Lu puorch, lu puorch,
fermete lu puorch”. Fuga inutile, veniva riacciuffato e
portato al sacrificio. Immobilizzato su di un robusto
tavolaccio,
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“Lu percare” assestava una staffilata alla
carotide ed il sangue zampillava rosso e copioso.
Subito
accorrevano le donne, sino ad allora inattive, con il paiolo ed
il legno per girare, per evitarne la coagulazione.
Il freddo
rendeva visibile il vapore che saliva mentre il paiolo
si
riempiva.
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Quando il maiale smetteva di gridare per arresto
cardiaco, le donne correvano a mettere sul fuoco il paiolo per
farne del saporito sanguinaccio. Ogni famiglia aveva la sua
ricetta. C’era chi mescolava con il sangue che cuoceva: cacao,
pinoli, mandorle, buccia di arancia ed anche miele.
In carenza
di torrone e panettone, spesso il sanguinaccio, rappresentava un
succulento dolce di Natale.
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La bestia dopo morta, veniva posta
su di una graticola, sotto la quale a più riprese si bruciava
della paglia. Affilati coltelli particolari, forniti da “Lu
percare” cominciavano la loro opera, nelle mani degli uomini.
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La cotenna veniva bagnata e scorticata per eliminare
le setole.
Finita l’opera, si appendeva e si privava dell’interiora. È
proprio il caso dire che del maiale non si buttava nulla.
Di
nuovo le donne, prese le budella, accorrevano alla forma e dopo
averle svuotate del contenuto, le pulivano per bene. Ricordo che
dalla forma saliva uno sgradevole odore, causa la moltitudine di
donne che erano presenti per la stessa missione.
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Appeso il
maiale, bisognava soddisfare l’appetito delle braccia che
avevano collaborato. “Lu percare”, tagliava bocconcini di
carne, spesso dal “pezzettille saproite”, vicino al
capocollo, e di nuovo le donne friggevano il tutto con grasso
aglio e versandovi fagioli bianchi, già cotti alla pignatta
vicino al fuoco. La famosa “Panonta”, piatto forte ma di una
bontà unica.
Il tutto annaffiato con il Montepulciano, appena
spillato dalle botti.
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I giorni seguenti, cominciava la
demolizione: carne
per le salsicce da una parte, per i salami, i
zampitte,
i sfrizze, le spalle, lo strutto, che si conservava
nella vescica,
i prosciutti, il lardo. Restavo incantato quando
vedevo le budella che si riempivano, una volta infilate nella
“macchinetta”.
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Spesso
collaboravo anch’io a girare la manovella.
Alla fine uno
spettacolo; dalle pertiche appese in cucina, vicino al camino,
pendeva tutto quel ben di Dio: salsicce, salami, prosciutti,
fegatazzi, ventresca, sanguinaccio, etc.. Che sapore quando
mangiavi una salsiccia..
Irripetibile, di una bontà unica.
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Hai
voglia adesso, a dire sapori antichi. Dove li trovi più quei
sapori, dovresti tornare a quei tempi.
Tempi andati, remoti,
vissuti ancora nei ricordi che ci riallacciano al passato e ci
riportano a rivedere antiche immagini, vecchi personaggi,
rituali ingoiati dal tempo.
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C’è ancora qualcuno che alleva il
maiale, tenacemente legato al passato e ben consapevole, che se
vuole assaggiare delle buone salsicce, deve fare da sé.
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Photo
© Gabriel De Pamphilis ®
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