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La storia
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Le più remote origini del Parco Nazionale d’Abruzzo
risalgono ad una riserva reale di caccia, sorta nel 1872 in una zona ricca
di specie animali rare e pregiate. Soppressa nel 1877, fu ricostituita dal
1900 al 1912, contribuendo in modo determinante a proteggere valori
naturalistici di eccezionale importanza, tra cui l’orso bruno morsicano.
Il territorio non era del tutto integro, ma modellato da millenni di
civiltà agrosilvo-pastorale: le prime prove della presenza umana
risalgono a 40 000 anni or sono e culminano nell’epoca preromana, con
marsi, sanniti e peligni; la storia del Parco è dunque dominata dalla
pastorizia transumante, che dopo aver eroso spazio alla foresta aveva
influenzato la vita e le tradizioni locali. Nonostante queste massicce
colonizzazioni, al principio del secolo il territorio si presentava,
soprattutto per l’impervia natura dei luoghi e la mancanza di vie di
comunicazione, con zone forestali quasi vergini e presenze zoologiche
molto importanti. La prima idea di creare un Parco Nazionale in Abruzzo si
delineò all’inizio del secolo e nel 1917 due naturalisti, lo zoologo
Alessandro Ghigi e il botanico Romualdo Pirotta,
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si facevano promotori di una proposta interessante ben 173
000 ettari, che sin dall’inizio apparve troppo ampia e difficile da
realizzare. La guerra sopravvenuta impedì di concretizzare l’idea: e
nel frattempo la fauna, decimata dal bracconaggio, andava impoverendosi
paurosamente. Nel 1921 ripresero gli sforzi in favore del Parco, che sorse
in embrione con l’affitto della Costa Camosciara, nella Val
Fondillo di Opi, per complessivi 500 ettari circa, da parte della
Federazione Pro Montibus. Dopo la costituzione di un Ente privato il Parco
fu inaugurato nel 1922 su 12 000 ettari circa e riconosciuto con la legge
del 1923 la quale, oltre a sancire il carattere pubblico
dell’iniziativa, portò la superficie a 18 000 ettari. In seguito
ulteriori provvedimenti estesero il Parco a 28 000 ettari nel 1925 e a 30
000 nel 1926, mentre l’Ente preposto alla gestione andava faticosamente
organizzandosi, tra mille difficoltà e contrasti. A seguito di tali
vicende l’Ente venne soppresso nel 1933, e il Parco passò sotto il
controllo della Milizia Forestale attraversando il periodo più triste
della propria esistenza, finchè nel 1950 non venne ricostituito e si entrò
in una nuova fase di sviluppo….
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Oggi, dopo successive integrazioni,
comprende, in un territorio di 44 000 ettari, ai quali vanno aggiunti altri
60 000 ettari di area di protezione esterna. In tutto, quindi, circa 104 000
ettari. I comuni interessati sono 22, compresi in quattro aree geografiche
appartenenti a tre regioni (Abruzzo, Molise, Lazio) e altrettante province:
l’abruzzese L’Aquila, la molisana Isernia, la laziale Frosinone.
Conformato da innumerevoli valli e da tre massicci montuosi la cui
altitudine supera i 2.000 metri di quota (Monte Petroso 2.249 m, Monte
Morsicano 2.245 m, Monte Greco 2.285 m e Monte Meta 2.242 m), il territorio
del Parco è fortemente caratterizzato dai passati fenomeni del glacialismo
e del carsismo. L’intera area protetta è attraversata dall’alto corso
del fiume Sangro che proprio qui ha le sue sorgenti; altri fiumi
all’interno dell’area sono il Melfa, il Giovenco e il Volturno.
All’interno del Parco o nelle adiacenze troviamo alcuni interessanti laghi
naturali come il lago Vivo, il lago Pantaniello e il lago di Scanno, nonché
i bacini artificiali di Barrea e della Montagna
Spaccata. La gestione è affidata all’Ente Autonomo Parco Nazionale
d’Abruzzo che nel 1980 ha avviato il progetto di “zonazione”, cioè la
ripartizione in zone dell’intero territorio, stabilendo dei vincoli rigidi
nelle aree di maggiore pregio naturalistico e più elastici nelle altre per
l’uso turistico del territorio.
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Attualmente il Parco è suddiviso
in 4 zone e i diversi gradi di tutela e organizzazione sono i seguenti:
Zona di riserva intergrale (Zona
A):
comprende le aree di valore naturalistico assoluto e tali da essere
preservate da ogni intervento dell’uomo (Camosciara). Vi si accede
solo per ragioni di studio e esclusivamente su autorizzazione;
Zona di riserva generale
(Zona B): comprende la stragrande maggioranza del territorio del
Parco vero e proprio. E’ zona di tutela all’interno della quale
l’intervento dell’uomo avviene sotto il controllo diretto dell’Ente,
allo scopo di proteggere, riqualificare e orientare le attività produttive,
nonchè consentire la fruizione disciplinata da parte dei turisti;
Zona di protezione
(Zona C): è soprattutto l’area esterna al perimetro del Parco, un
area che si qualifica per attività tradizionale che vengono seguite e
incentivate: L’accesso non subisce specifiche limitazioni;
Zona di sviluppo (Zona D): è l’area di più
antica e recente antropizzazione, l’area dei centri abitati, l’area di
maggiore accesso turistico, in cui si organizzano le strutture di fruizione,
ricettive, di animazione, commerciali e didattiche. In quasi tutti i comuni
sono stati istituiti un Centro Visita e Uffici di zona ed è stato creato il
Centro studi Ecologici Appenninici con finalità di studio e divulgazione
sulle specie animali più rare.
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